Riflessioni domenicali...
In un interessante post di un amico (“Anticlassicismo”) si è discusso a più voci di un aspetto non trascurabile della “scrittura” moderna. Vi si rimandano gli interessati per un maggior approfondimento.
Per quanto mi riguarda, io credo che uno degli “errori” di Manzoni – visto ovviamente dalla prospettiva odierna – sia quello di aver fatto parlare i suoi personaggi come in realtà non avrebbero saputo né potuto parlare. Ma probabilmente questo non era uno dei suoi problemi, e pertanto accettiamo di buon grado quella patina di “suono ottocentesco” che circola per tutto il romanzo. Vale a dire: operiamo una contestualizzazione anche e soprattutto ad orecchio. Ben diverso sarebbe se un romanzo ambientato, che ne so, in un’officina, in una fabbrica, in un centro sociale presentasse dei personaggi che, anche in presenza di una certa alfabetizzazione linguistica, si mettessero a parlare o pensare come Lucia o Renzo. Sarebbe intesa subito come una parodia e pertanto accettata solo ed esclusivamente come tale.
Questo per dire che a mio avviso sia nel parlare, sia nello scrivere è opportuno adattare il proprio modo di esprimersi alle condizioni in cui di volta in volta ci si viene a trovare, altrimenti si corrono diversi rischi, non ultimo la perdita di credibilità.
Ed allora? Nella diatriba Classicismo/Anticlassicismo io spezzerei una lancia a favore della maggiore malleabilità e adattabilità della lingua italiana rispetto ad altre lingue più "regolate". Nello stesso tempo, però, credo nella necessità di un sano ‘buon senso’ (ancora un orecchio che senta le stonature), un buon senso che non crei ‘regole’ ad hoc senza possibilità di eccezioni: l’abbarbicarsi ad esse può essere dannoso. Chi non vede, oggi, quanto è costata la forte limitazione linguistica operata dal Bembo nel Rinascimento? Eppure anche allora – e lo dimostrano certi testi non canonizzati - la lingua era un’entità viva e in continua evoluzione che si adatta e si modifica anche grazie a gusti e mode: è antropologicamente rilevante, da questo punto di vista.
Ben vengano quindi le variegate esperienze – più o meno riuscite, più o meno valide – di scrittura “creativa” quali appaiono dai blog: io credo che al di là della fase diaristica con la quale ci si avvicina a questo strumento del terzo millennio ci sia un’altra fase che, come ‘addetti ai lavori’ dobbiamo tener conto. Ed è quella di notare e registrare l’evoluzione stessa della lingua, da non confondersi con uno spregiudicato avanguardismo fintamente modernista: punteggiatura e sintassi bisogna abituarsi a sentirle, più che a studiarle come regole ferree ed univoche.
(Rileggendo quest’ultima frase, mi sono rivisto al ginnasio di fronte ad un grave errore sottolineatomi dal professore di italiano in un tema. Qualcuno è in grado di riconoscerlo?)
Per quanto mi riguarda, io credo che uno degli “errori” di Manzoni – visto ovviamente dalla prospettiva odierna – sia quello di aver fatto parlare i suoi personaggi come in realtà non avrebbero saputo né potuto parlare. Ma probabilmente questo non era uno dei suoi problemi, e pertanto accettiamo di buon grado quella patina di “suono ottocentesco” che circola per tutto il romanzo. Vale a dire: operiamo una contestualizzazione anche e soprattutto ad orecchio. Ben diverso sarebbe se un romanzo ambientato, che ne so, in un’officina, in una fabbrica, in un centro sociale presentasse dei personaggi che, anche in presenza di una certa alfabetizzazione linguistica, si mettessero a parlare o pensare come Lucia o Renzo. Sarebbe intesa subito come una parodia e pertanto accettata solo ed esclusivamente come tale.
Questo per dire che a mio avviso sia nel parlare, sia nello scrivere è opportuno adattare il proprio modo di esprimersi alle condizioni in cui di volta in volta ci si viene a trovare, altrimenti si corrono diversi rischi, non ultimo la perdita di credibilità.
Ed allora? Nella diatriba Classicismo/Anticlassicismo io spezzerei una lancia a favore della maggiore malleabilità e adattabilità della lingua italiana rispetto ad altre lingue più "regolate". Nello stesso tempo, però, credo nella necessità di un sano ‘buon senso’ (ancora un orecchio che senta le stonature), un buon senso che non crei ‘regole’ ad hoc senza possibilità di eccezioni: l’abbarbicarsi ad esse può essere dannoso. Chi non vede, oggi, quanto è costata la forte limitazione linguistica operata dal Bembo nel Rinascimento? Eppure anche allora – e lo dimostrano certi testi non canonizzati - la lingua era un’entità viva e in continua evoluzione che si adatta e si modifica anche grazie a gusti e mode: è antropologicamente rilevante, da questo punto di vista.
Ben vengano quindi le variegate esperienze – più o meno riuscite, più o meno valide – di scrittura “creativa” quali appaiono dai blog: io credo che al di là della fase diaristica con la quale ci si avvicina a questo strumento del terzo millennio ci sia un’altra fase che, come ‘addetti ai lavori’ dobbiamo tener conto. Ed è quella di notare e registrare l’evoluzione stessa della lingua, da non confondersi con uno spregiudicato avanguardismo fintamente modernista: punteggiatura e sintassi bisogna abituarsi a sentirle, più che a studiarle come regole ferree ed univoche.
(Rileggendo quest’ultima frase, mi sono rivisto al ginnasio di fronte ad un grave errore sottolineatomi dal professore di italiano in un tema. Qualcuno è in grado di riconoscerlo?)


7 Comments:
ecco così si entra
ciao
carlo
io credo molto in questo che scrivi (a mia discolpa direbbe il barone ok)
ogni classicismo tende a selezionare, quindi ad allontanarsi dall'"orecchio" sulla realtà viva, conla sua multiformità e soprattuo con i suoi toni più "bassi". detto senza giudizi, non dico che è bene o male. Adolf Loos, l'architetto, era un iconoclasta e un avanguardista, però ha ripreso i suoi moduli dall'architettura dorica. il punto è che quando i modelli di riferimento si cristallizzano non si tratta più di classicismo o anticlassicismo, bensì di kitsch o di ineleganza.
nei blog c'è tanta inconsapevolezza accanto a tanta novità, ma la gran quantità della cosa appiattisce tuto quanto su un rumore di fondo difficile da interpretare.
nella tua ultima frase c'è un ritorno sintattico, una topicalizzazione del parlato che all'inizio dell'ottocento i puristi avrebbero bollato come un francesismo, che Manzoni usava spessissimo.
ciau
Ah, la marianna piena di fede... is this the evening of the day -ay -ay -ay.... as things go by...
mics
sento che stavolta ce la farò ad entrare..
fran sono così d'accordo con te sul divenire del linguaggio (mi piace di più di "evoluzione", parola in cui sento la minaccia del determinismo...che vuoi fare "libertà vo cercando...") e sul fatto che è vivo anzi è vita e infine sul tuo richiamo al sentire, orecchio contro tanto troppo orecchiare di forme classiche...
l'errore l'avevo trovato (eccolo l'ho appena fatto...) ma non l'avrei mica saputo definire come mics, solo indicare
ciao, complimenti per il nuovo blog
leti:))
entrata!
devo rispondere?
ciao fran :)
nuv
Una proposta di ricerca sul linguaggio contemporaneo? Gibson, l'accademia dei sogni. Ma solo perché, nella sua vasta produzione, è il mio preferito. Inventore del cyberpunk, imperdibile per chi viaggia in rete e vuole darsi una scrollatina dalla muffa.
Opinione personale, eh...
idiolurrimelp xaikalitag bresanaeflade [url=http://uillumaror.com]iziananatt[/url] Unadmidogog http://gusannghor.com ObemaAwapbrar
Post a Comment
<< Home